Il momento in cui si torna a casa dopo le vacanze è uno dei pochi dell’anno in cui si guarda la propria casa con occhi nuovi. Dura poco: nel giro di una settimana ci si riabitua a tutto. È la finestra giusta per rimettere ordine, a patto di non partire con l’idea di riordinare tutto — quella è la ragione per cui non si comincia mai.
Perché riordinare stanca più di quanto sembri
La fatica del riordino non è fisica, è decisionale. Ogni oggetto che prendete in mano chiede una scelta, e le scelte piccole consumano attenzione esattamente come quelle grandi. Ecco perché dopo un’ora si è esausti pur avendo spostato quattro maglioni. Il metodo delle quattro scatole serve a questo: ridurre ogni oggetto a una decisione sola, presa una volta.
Le quattro scatole
Prendete quattro contenitori — scatoloni, borse, ceste, quel che avete — ed etichettateli:
- Resta qui. Sta in questa stanza ed è al suo posto.
- Va altrove. Serve, ma il suo posto è in un’altra stanza. Non alzatevi per portarcelo: lo farete alla fine, in un viaggio solo.
- Esce. Da regalare, donare, vendere o buttare.
- Non lo so. La scatola che fa funzionare il metodo.
La quarta scatola è quella importante
Il punto in cui il riordino si blocca è sempre lo stesso: l’oggetto su cui non si riesce a decidere. La scatola del non lo so serve a non decidere adesso. Ci si mette dentro ciò che non si sa dove mettere, si chiude, si scrive sopra la data e la si mette in cantina o in cima all’armadio.
Poi ci si dimentica. Se dopo sei mesi non l’avete mai riaperta per cercare qualcosa, avete la risposta — e stavolta senza doverla dare oggetto per oggetto.
Una stanza alla volta, con un tempo deciso prima
Fissate un timer: quarantacinque minuti, una stanza. Quando suona si smette, anche se non è finita. Portare a termine una stanza piccola dà la sensazione di aver concluso qualcosa, ed è quella sensazione — non la forza di volontà — che vi farà tornare a farlo il giorno dopo.
